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Apiua Vini, il vino naturale che nuota controcorrente

 

Nella valle della Cesola, a Cupramontana (An) si mette in scena la storia di una piccola azienda di viticoltori, che merita di essere dipinta a parole.

La voglia di tornare nelle Marche, dopo 11 anni di Parigi, la metropoli delle possibilità oltralpe.  Roberto e Francesca sono tornati nelle Marche nel 2016 per iniziare a mettere in atto una lenta transizione per diventare vignaioli, per edificare un sogno che già dalla Francia avevano iniziato a inseguire, produrre vino naturale.

 

Cupramontana, dove c’è la vigna e la cantina, è stata una scelta casuale, poichè una volta arrivati nelle Marche non avevano nessun contatto, nessun riferimento.

Hanno iniziato a cercare “disponibiltà” di vigneti, vigneti che potessero avere caratteristiche giuste per loro, vigneti vecchi, vocati.

Si sono imbattuti nella possibilità in questo vecchio vigneto, destinato all’espianto, con uva di ottima qualità.

Dal 2016 Roberto ha deciso di fare per tre anni delle vinificazioni domestiche per vedere che risultato ci sarebbe stato. Lui e Francesca hanno realizzato vino con uva e basta, senza intervento né chimico né fisico; i risultati sono stati incoraggianti.

Acquistavano l’uva e hanno realizzato il loro primo vino nel 2019, in piccole micro vinificazioni a casa dei genitori di Roberto a Montecosaro (Fm), con il minimo di attrezzatura, per questi primi tentativi artigianali.

Dopodichè c’è stata la proposta di acquisto ai vecchi proprietari a Cupramontana, è stata accettata, è iniziata l’avventura.

La zona di Cupramontana è in una zona particolarmente vocata, nella contrada San Michele, riconosciuta come zona particolarmente adatta, una sorta di anfiteatro naturale, nella valle della Cesola, affluente del fiume Esino.

L’acquisto del vigneto è stato realizzato con i risparmi della vita precedente e tanta voglia di vita nuova, con certi tipi di ideali. Oltre il vigneto, Roberto e Francesca hanno sistemato il locale, che hanno prese in affitto dove vinificano il vino e dove viene poi conservato e tenuto immagazzinato.

Pieni di speranze e buona volontà, sono partiti in questa avventura coraggiosa.

Roberto si descrive come un ostinato utopista, e nominando De Andrè dice “ L’uomo se non persegue le utopie sarebbe una strana bestia, una sorta di cinghiale laureato in matematica pura”.

Le utopie sono tra le migliori leve, per farci capire perchè siamo al mondo, per farci evolvere umanamente.

Roberto è un uomo tenace, che cerca di evitare le zone di confort zone, per poi cercare di essere,  felice.

 

Il nome di Apiua vini, è nato sotto tante sfumature di ricerca, è una parola che in latino volgare vuol dire “acciuga”.

Roberto e Francesca si sentono proprio così, come un piccolo pesce esploratore, che anche se piccolo, non ha paura di esplorare i mari. E loro riportano la stessa cosa nella loro passione di Apiua.

L’amore per il vino di Roberto nasce in tenera età, a cinque anni inizia ad assaggiare il vino dello zio che abitava in campagna, un mondo che lo attirava molto provenendo dalla città.

Il vino è sempre stato al centro della tavola, il vino, quello semplice, quello sfuso prodotto a casa.

Poi negli anni ’90 iniziò ad interessarsi ad altri vini, sentendo parlare del Brunello di Montalcino si iniziò ad aprire come palato a vini molto più particolari di quello casalinghi e iniziò a investire alcuni risparmi in bottiglie di vino di qualità.

Nella fase di vita parigina Roberto poi ha aperto gli occhi sul mondo del vino, capendo che non era solo uva fermentata, ma c’erano tanti passaggi intermedi da capire e da conoscere, non c’era da considerare solo il mondo del vino industriale, un vino costruito. Il vino naturale che conosce in Francia è un vino che è quasi per nulla rimaneggiato, c’è solo uva fermentata e basta, dove tutto avviene in modo spontaneo.

Nel 2005, appena arrivato a Parigi, Roberto conosce il vino naturale ed è stato un incontro sconvolgente, non l’aveva mai assaggiato qualcosa del genere prima. Da lì ha iniziato a bere solo vino naturale, a cambiare il suo modo di avvicinarsi al mondo del vino, ha iniziato a studiare, a interessarsi.

Ha cominciato a conoscere dei vignaioli, a seguire i loro percorsi personali, perchè prima di un percorso professionale, ci sono vissuti umani. C’è molto altro che l’aspetto commerciale, c’è una spinta personale molto importante da considerare.

 

Roberto mi racconta dell’avvicinamento al mondo dell’uva e al vino naturale, in un momento di profonda crisi esistenziale, in cui il lavoro da architetto impiegato in una città metropolitana, non gli bastava più, non se ne sentiva rappresentato.  L’uomo sociale che piaceva a molti, non era quello che dentro di sé lo faceva sentire realizzato, contento. Da lì è iniziato un percorso, che sta continuando, che mette in gioco questioni più intime che pagine interiori solamente remunerative.

C’è nelle sue parole una enorme riconoscenza alla Francia, perchè è un paese che dopo la delusione di lavoretti post laurea in Italia, non pagati, sottopagati o non contrattualizzati, gli ha dato la possibilità di emanciparsi, di affrancarsi. Un paese che dopo un solo mese dall’arrivo lì gli ha dato un contratto e la possibilità di vivere bene.

Questo mondo di vivere poi è andato in crisi e non tornerebbe più indietro.

Durante la nostra chiacchierata, si evince che la Francia è un paese dove perseguire un progetto è più possibile, al contrario dell’Italia, paese invece dei campanili, dove se non hai le spalle coperte è complicato partire da zero, è davvero improbabile.

Francesca e Roberto sono partiti da zero, non con un vigneto precedente da recuperare di un nonno ad esempio.

La differenza tra Italia e Francia si vede anche nei contesti fieristici del vino, in Francia c’è più capacità di confronto, di scambiarsi le conoscenze.

Lo stesso Roberto ha passato per due anni le sue ferie a imparare a vendemmiare con vignaioli in Francia che producevano vino naturale, li ci percepiva un senso di comunità, si discuteva, ci si confrontava; frequentava una zona dove si produceva uva da taglio, qui vignaioli “pazzi” si sono messi alla prova e hanno deciso di cercare la qualità in un territorio in cui la qualità non si cercava. Lì ha potuto testare con mano come loro riuscivano ad aiutarsi, a coagularsi.

In Italia forse si battono più strade per arrivare a un buon obiettivo, ma ci sono molti casi isolati, che poi possono diventare interessanti, casi di genio, ma non fanno massa critica. La competizione c’è ovunque sia in Francia che in Italia, ma dalla sua esperienza ha trovato più collaborazione oltre il confine alpino.

 

L’azienda Apiua, ha un sito che fa da finestra sul piccolo mondo che si nasconde dietro questa stella artigianale, qui potete trovare le principali informazioni e poi c’è un canale Instagram, che segue Francesca, aggiornandolo con foto e notizie sull’andamento biologico e ciclico della loro “creatura”.

 

Una delle cose che mi ha colpito nella sintonia e forza di questa giovane coppia è la forza della dualità che arriva dai racconti di Roberto, Francesca è fondamentale nello sviluppo di Apiua, perché lei ha sposato appieno il progetto, che accompagna ed è forza trainante e stimolante.

E’ stata lei che, quando vivevano a Parigi ha spinto Roberto a prendere spunto nell’enoteca vicino casa, dove si sono arricchiti e alimentati di diversi vini naturali, ha iniziato un percorso di avvicinamento alla produzione di vini naturali, vini che erano nutrimento non solo vino. Questa coppia assieme ha saputo credere e far crescere un progetto che poi è diventato la loro vita.

 

Il racconto sulla produzione di vino dalle parole di Roberto è un processo che buona parte avviene in vigna, una volta raccolta l’uva, la parte fondamentale poi avviene dalla reazione degli acini con altri componenti naturali, che se posti nelle condizioni migliori, danno vita a una trasformazione alcolica con l’aiuto di lieviti e parassiti, fanno sì che lo zucchero , il fruttosio diventi alcol.

 

Nella produzione media chiaramente non è cosi, si sono creati una serie di processi chimici e fisici per evitare che tutto ciò possa avvenire in modo naturale, per far sì che non ci siano “imprevisti” che  danneggino e rovinino la produzione.

Per Apiua il vino è vivo e in quanto tale anche se ci fossero dei difetti, poi si correggono, guariscono, come le malattie. Un vino nel passare del tempo acquista valore e qualità.

 

Il lavoro in vigna è tutto fatto a mano da Roberto e Francesca, è un lavoro di recupero faticoso anche.

La scelta di fare vino bianco da loro è dovuta ad avere dell’uva a bacca bianca, la zona in cui c’è il vigneto è particolarmente votata al vino bianco, inoltre questa coppia produce vino solo con uva propria, non acquista esternamente.

La produzione avviene come si produce il vino rosso e per cui il mosto resta a contatto per più o meno giorni con le bucce, che è una cosa abbastanza inedita nel territorio circostante, lasciare il mosto con le bucce. Ma per Roberto e sua moglie è davvero un peccato liberarsene.

Nel giro di due o tre settimane il vino si inizia ad alcolizzare, altre volte ce ne vuole un po’ di più.

 

Poi l’imbottigliamento viene fatto tutto a mano, la chiusura delle bottiglie viene fatta a mano. Tutto il lavoro realizzato a mano è faticoso, a volte potrebbe essere evitato con altri mezzi, ma per adesso scelgono di andare avanti con i mezzi che possiedono, con tutto l’impegno che possono metterci.

 

Nonostante la vita che Roberto e Francesca hanno scelto sia molto dura, senza certezze, con la difficoltà di avere a che fare con tutto l’apparato burocratico e difficoltà, non hanno rimpianti. Hanno più soddisfazioni che dubbi, è l’unica cosa che pensano di poter fare ad oggi; ritornare indietro sarebbe davvero difficile per loro, alla vita precedente.

 

Uno dei loro vini bianchi si chiama Pistaraspi, che è una parola dialettale che la nonna di Roberto usava per indicare i monelli, i bambini che puntavano i piedi. Durante le vendemmie le donne e i bambini pestavano l’uva e questa immagine ha ricordato a Roberto un bambino che punta i piedi, un bambino impertinente. Il verbo pista sta per pesta raspi, i grappoli.

 

Dalle parole di Roberto si coglie che le famiglie di fronte alla notizia di questa creatura vitivinicola, l’hanno osteggiata in vari modi, non è stata colta con entusiasmo per ovvi motivi.

Dopodiché nel tempo i genitori nelle modalità che potevano, hanno dato una mano a questa giovane coppia, anche solo aiutandoli con la figlia piccola, Anna.

 

Emerge poi nella chiacchierata piacevolissima, come la coppia scelga i contesti dove promuoversi, contesti che siano davvero rappresentativi della loro tipo di produzione.

Uno degli ultimi scelti è stato a Firenze, è stata la fiera 00, 0 chimica, 0 solforose. Qui tutti i partecipanti dovevano portare vino con solo uva. Diciamo che di vignaioli così ce ne sono pochi davvero, ognuno porta avanti la propria idea di naturalità.

 

Negli ultimi anni il mondo del vino è in crisi, a maggior ragione quello della “naturale”, perchè è artigianale ed è più difficoltoso.

C’è stata una propaganda che non ha aiutato il mondo del vino, che è un simbolo di convivialità, di simposio, è sempre stato al centro della tavola. Lo stesso principio che muove la ricerca di storie del mio blog, Tarallucci&vino.

L’incontro con Apiua vini è stato davvero piacevole, Roberto nella sua riservatezza e introversione, riesce comunque nelle sue parole a trasmettere tutto l’amore che ha con Francesca per ciò che ha deciso di creare, per cui faticare e investire tutti i loro ideali di lavoro e vita.

C’è una continua ricerca anche nella vinificazione dei valori che li rappresentano, andando spesso controcorrente.

Ho percepito molto coraggio, consapevolezza, peso specifico pensante e  umanità che lascia il segno dentro. Lascia il segno l’intelligenza, quel senso critico che va oltre l’apparenza che emerge in tutta l’intervista e l’etica che vuole andare a galla.

Grazie ragazzi per tutto quello che portare avanti con Apiua.

Vigna degli estensi, la mescolanza realizza un’eccellenza marchigiana da degustare nel calice

Tra colline dell’entroterra del senigalliese, nella località di Roncitelli, una coppia di coraggiosi ferraresi ha deciso un po’ di anni fa di cambiare vita e creare bellezza nelle Marche, creando eccezione, qualità e un approccio “estense” alle cose.

D’altronde Stefano e sua moglie hanno deciso di imprimere la loro origine nel nome aziendale. Appunto la “Vigna degli Estensi”.

Dalla lunga chiacchierata con Stefano Bondanelli ho avuto modo di conoscere la sua storia, umana e professionale.

Stefano si è formato in enologia a Cesena sotto l’ateneo di Bologna, ma faceva tutt’altro prima. Era un geologo come formazione universitaria, poi però si è messo in gioco nel mondo lavorativo dell’informatica in varie sfaccettature. Per un periodo si è avvicinato al gis applicando l’informatica al mondo della terra.

Poi passati i 40 anni si è appassionato al mondo del vino, ha fatto i tre livelli di formazione del corso di sommelier e da lì non si è più allontanato, è stato amore, è nata una passione enorme, di quelle ti fanno cambiare vita.

Racconta che il vino a casa c’è sempre stato, a casa con il padre non c’era una conoscenza tecnica ma  sicuramente una propensione all’uva di Bacco sì.

A un  certo punto Stefano, stanco della vita che faceva, ha voluto ricominciare, studiare e a ragionare sulla sua Follia.

Sono passati vent’anni dalla scelta di Stefano, 15 dalla venuta nelle Marche, era il 2011. Nel 2009 lui assieme alla moglie ha scelto il pezzo di terra che poi hanno deciso di acquistare; hanno deciso di partecipare a dei bandi di finanziamento regionale con il loro business plan e uno dei bandi,  l’hanno vinto inaspettatamente.

Hanno iniziato, appena acquistato a piantare la vigna e poi nel 2011 hanno sviluppato il progetto; hanno poi creato la cantina sotto terra, l’abitazione e il punto vendita.

Intanto Stefano e la sua famiglia intera si è trasferita nelle Marche, andando in affitto. Stefano si è licenziato e la moglie ha chiesto il trasferimento con la mobilità nella scuola. Diciamo che la moglie di Stefano è stata più “folle” del marito in senso positivo, l’ha seguito per realizzare un sogno di vita personale, che poi è diventato un progetto di famiglia.

Senza di lei, dell’audacia della moglie, Stefano non avrebbe fatto il salto. Questa cosa è bellissima e sintomo di grande fiducia nell’altro.

Stefano ha avuto sicuramente nel suo percorso di crescita della cantina Vigna degli Estensi, delle fortune, come quella di essere seguito da un tutor d’eccezione a livello enologico regionale, che l’ha educato  a livello tecnico dalla prima vendemmia e questo per lui è stato fondamentale.

Un tutor che è poi diventato un caro amico.

Con le vendemmie in azienda sono partiti fin dall’inizio e questo non è scontato.

Oggi sono arrivati ad avere ben 9 tipi di bottiglie, tra rossi e bianchi sono delle scelte di cuore, più che di marketing, perchè seguire tutte le linee è sicuramente impegnativo, ma a Vigna degli estensi ce la mettono tutta per dare il miglior risultato di qualità.

La crescita di avere un’azienda di questo genere, piccolina, artigianale, con la ricerca di un certo tipo di qualità, ha bisogno di farsi conoscere sul territorio e cerca una potenziale clientela da raggiungere, e tutto ciò passa tramite l’importanza del marketing e della comunicazione commerciale.

All’inizio Stefano pensava potesse essere principalmente la qualità ad attirare clientela, poi nel tempo sopratutto durante il covid, dove l’online e gli acquisti sono impennati, ha capito l’importanza di affidarsi a chi si occupa di comunicazione per avere dritte e consigli di come muoversi. In quel momento l’aiuto di una agenzia di marketing è stata fondamentale per imparare a capire come raggiungere dei potenziali clienti, hanno aiutato i social ed ha aiutato il sito, curare Google e raccogliere tante buone recensioni. Quelle nel lungo termine sono un buon biglietto da visita.

E da lì alcune cose sono cambiate, affinate, migliorate.

L’ecommerce può aiutare, ma non può essere risolutivo per le vendite di una piccola azienda, Stefano mi racconta che se va bene, riescono a vendere una scatola al mese, ma diciamo che è uno strumento comodo con sumup ,non ha costi, per cui sicuramente può essere utile.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale secondo il nostro produttore può essere uno strumento utile sia nella comunicazione, che nella gestione della clientela, per definire come raggiungerla, che tono avere, che taglio dare al marketing nelle mail o nelle risposte nei vari target di potenziali acquirenti.

Nella produzione di vini a Vigna degli estensi arriviamo a 8 tipi di bottiglie, 4 rossi e 4 bianchi e una bollicina rosata, arrivato nel 2017.

Tra i bianchi due chicche che Stefano ha deciso di realizzare sono il Fiano e il Verdicchio. Il Fiano è un vitigno campano, che però è ammesso in Regione Marche come produzione e sono solo in tre a realizzarlo. Stefano è stato il primo a realizzarlo però in Regione e gli ha dato una connotazione particolare.

Il Verdicchio non è un’eccezione come vino nel territorio marchigiano, ma con Vigna degli estensi lo è la provenienza del vitigno. Castelleone di Susa, paese in una bellissima vallata al confine tra la provincia di Ancona  e Pesaro, dove esistono i resti di una antica città romana. Suasa era il suo nome. La scelta in questa zona è stata fatta perchè qui il Verdicchio è una doc, questo antico vitigno degli anni ’70 è stato luogo della prima vendemmia aziendale. Il terreno in questa zona è stato prima affittato e poi acquistato.

All’inizio da parte della comunità di Roncitelli c’è stata della diffidenza nei confronti di Stefano e della sua famiglia, essendo esterni al territorio, ma poi Vigna degli Estensi e la sua “emilianità” si è fatta saper ben accogliere.

Per quanto riguarda lo spazio della cantina, la conservazione del vino viene conservato serbatoi di acciaio sia per il vino bianco che per il vino rosso, sono tutti collegati all’impianto.

Per la fermentazione per Stefano il barrique, che ha in cantina, ha senso relativo, non fondamentale, puntarci tutto può essere eccessivo. Per lui il migliore è il rovere francese, per il gusto che rilascia.

Scegliere la provenienza del rovere influisce sulla porosità, sul vino.

C’è un contenitore di terracotta in cantina, ma Stefano non lo ha ancora messo in uso. L’ha preso in Toscana nella zona di Impruneta, ha scelto quella di ghiara, terracotta nuda così ci può essere l’interazione con il materiale, ora sono abbastanza di moda. Come vantaggi ha la dote di mettere in atto uno scambio veloce, a contatto direttamente sul vino, nella prima parte  fa maturare velocemente. La prima parte è veloce, poi si ferma li, va avanti tre mesi e poi basta.

Solitamente il vino della terracotta Stefano lo usa per fare blend, poi va in acciaio per realizzare il suo vino di qualità.

Nelle botti la temperatura è quello dell’ambiente esterno, nella parte sottostante della cantina è come quello esterno ma si mantiene costante, tanto che il climatizzatore giù non è servito, l’ha spostato. Nel 2011 hanno costruito tutto,  cantina solaio, casa terrazza. Il costo importante è stato anche l’impiantistica.

Una cosa se vogliamo dire romantica è stata la scelta del “locus” dove generare l’azienda, la scelta è caduta sulla zona della doc della lacrima, il tipo di vino ha trainato tutto; poi Stefano ha scelto Senigallia, o comunque Roncitelli, perchè la zona è turistica e sicuramente ha il suo ritorno su un’attività legata all’importanza di avere una clientela che crede e investe sul tuo prodotto o comunque lo apprezza.

Tornando al vino, una particolarità è stato anche scegliere per i vini, i nomi di tipo greco per i vini bianchi e quelli latini per i vini rossi.

Una vera nota di qualità è la Lacrima di Vigna degli Estensi, doc del territorio in cui l’azienda si trova.

Stefano è riuscito a realizzare una lacrima con un tipo di tannino importante, per cui  ha capito che è più consigliabile non metterlo sul mercato prima di un anno, per cui si va da un anno per il tipo di lacrima più semplice,  a quattro anni per quello più evoluto.

Come promozione la cantina soprattutto dalla primavera all’estate organizza eventi in cantina o degustazioni con prenotazioni per italiani e stranieri; ci sono tra gli eventi le cene in vigna in vari momenti cadenzati della vita agricola, come la trebbiatura associata alle lucciole, la notte di San Lorenzo, lo yoga in vigna e tante altre idee.

Durante le cene possono essere somministrati solo prodotti del territorio marchigiano e tutte cose confezionate, non c’è la preparazione in azienda, in quanto non è un agriturismo. Tutto secondo i protocolli corretti e definiti dalle linee guida regionali.

La realtà di Vigna degli  Estensi è una piccola realtà che nel tempo è cresciuta e ha saputo dimostrare si sapersi creare il suo posto nel panorama enologico sia della provincia di Ancona, ma anche a livello regionale.

Stefano ha dimostrato come un sogno possa diventare realtà, anche se con sacrifici e tante rinunce. Ma Vigna degli estensi, inserito anche nel gruppo dei Vignaioli indipendenti  e presente in molti eventi enologici importanti della zona, un baluardo di preziosa eccellenza.

Vi consiglio di visionare il loro sito web, i social Facebook e Istagram per essere aggiornati sulle novità che vengono inserite o anche sugli eventi aziendali.

Ma la cosa migliore che consiglio se abitate in zona o siete in viaggio dalle parti di Senigallia è andare a trovare Stefano in azienda, magari prendendo contatti prima, lui saprà accogliervi con sua moglie come ha fatto sempre con me.